Incontriamo Najib nella Comunità Educativa Claudia Tortorelli di Ancona, specializzata in minori, disabili e anziani, mentre cucina frittelle afgane, per festeggiare con i ragazzi del centro i suoi recenti successi sportivi. Stranieri minorenni, come lui, o sedicenti tali (arrivano senza documenti e dichiarano sempre la minore età, pena il rimpatrio istantaneo, ndr), approdati come clandestini nella maggior parte dei casi. Hai voglia di raccontarsi, il giovane afgano, e mostra solerzia nel rispondere alle domande, nonostante l’italiano stentato.
Cosa facevi nel tuo paese, e come sei arrivato ad Ancona, gli chiediamo, giusto per sciogliere il ghiaccio. “Giocavo a cricket (uno sport che è pura passione in tutta l’Asia, autentico collante tra le entine più varie, ndr) e frequentavo la scuola coranica”. Quasi un bambino normale, finché però, i talebani non gli uccidono il padre, un soldato, durante la ronda. E da lì arriva la miseria. Najeb tenta di aiutare la famiglia, madre vedova e fratello dodicenne, con lavoretti saltuari e mal retribuiti. Soprusi all’ordine del giorno, e il drammain agguato: durante un’aggressione sul posto di lavoro, Najeb si difende, e ferisce il datore con un coltello. Non ha più scampo: l’unica legge valida in Afghanistan è quella del taglione e a lui non resta che fuggire.
Inizia così un lungo viaggio lungo due anni, attraverso il Pakistan, l’Iran, la Grecia, vagando senza una direzione precisa, dormendo dove capita, mangiando “Una volta al giorno, ma non tutti i giorni”. E condividendo strada e sorte con tanti ragazzi simili a lui. Perché lo sbarco proprio ad Ancona, gli chiediamo. “Sono saltato su una nave a Patrasso, sapendo solo che andava in Italia”. Ad Ancona, per caso, dunque. E rigorosamente nascosto in stiva, “c’erano 60, 70 camion, sono salito su uno di quelli, faceva freddo, mi sono messo così”, dice mimandola posizione fetale. Tanta gente ci ha perso la vita, ma lui sopravvive: lo scovano alla dogana e dal quel momento torna il sole.
Entra subito nella comunità, gestita dalla cooperativa marchigiana Coos Marche in collaborazione con il comune di Ancona, e lo aiutano. Solidarietà, ma anche regole e, finalmente, disciplina. A partire da quella sportiva. Gli propongono il calcio, di giocare come portiere, ma in questo ruolo non brilla. Quando entra nella squadra di rugby, invece, surclasserà nel giro di sei mesi i compagni, lasciando l’allenatore di sasso: il cricket del passato torna con prepotenza e lo trasforma in un asso del rugby. “E’ il giocatore che tutti vorrebbero avere – afferma convinto Moreno Perucci, allenatore degli under 19 – silenzioso, serio, si allena costantemente, ascolta e lavora trasferendo subito quel che gli dici in azione. L’ho testato in vari ruoli, ma vista la velocità impressionante con cui si muoveva,ho pensato a un ruolo in cui potesse emergere: quello di ala all’interno della squadra”. E come si relazionano i ragazzi con lui? “ Lo aiutano. Nelle trasferte in pulmann, se c’è lui per esempio parlano più lentamente. Così si è integrato alla perfezione”. Poco prima il ragazzo si era schermito, confidando di parlar poco, perché banalmente non conosce la lingua. Ma ascoltando impara.” E’ orgoglioso – precisano gli educatori – al punto di non dichiararlo mai, quando non capisce. Ma ha grinta, motivazione e al mondo del rugby, che l’ha accettato e coinvolto, vuol dare il suo contributo”. E lo fa giocando con passione. I ragazzi della sua squadra li considera fratelli, perché sono le uniche persone che frequenta assiduamente: fino al termine del campionato, conclusosi alla fine di marzo, si sono incontrati quasi tutti i giorni per allenarsi.
E le frittelle di oggi riflettono un’usanza tra giocatori: chi fa la prima meta (il goal, per i rugbisti, ndr), organizza un rinfresco. Oggi era il suo turno. E che cosa vuol fare domani Najeb? “Voglio restare in Italia, giocare in una squadra e lavorare: per ora sono un buon falegname”. Poi gli piacerebbe portare il fratellino con sé, appena la mamma, ormai troppo anziana per raggiungerlo, non ci sarà più. “Sempre lacrime per 15 anni, per papà – conclude –ora però va bene”.
E alzandosi con fare dimesso, al termine della chiacchierata, l’asso del rugby, grande, grosso, vissuto, ci offre un regalo, l’unico vero rivelatore della sua età emotiva: un orsacchiotto di peluche, solo oggetto sulla testata incolore del letto. “Accettalo per cortesia – suggerisce l’educatrice, a fronte di una mia leggera esitazione – dalle sue parti si usa così”.
Di Elisabetta Flamini, da Stamura News